Secondo quanto si legge nei verbali dell’Accademia Filarmonica i maestri di Andrea Stefano Fiorè (1686 Milano, 6 ottobre 1732 Torino) furono il sacerdote Giorgio Boni e Giovanni Paolo Colonna, anche se non si può escludere che il padre Angelo Maria sia intervenuto nell’insegnamento. Enfant prodige, pubblica all’età di tredici anni, la sua prima opera Sinfonie da chiesa a tre per 2 violini, violoncello con il suo basso continuo per organo (1699) rivelando un prodigioso talento e già dal 1697 viene aggregato, insieme al padre, all’Accademia Filarmonica di Bologna. Non è provato che il debutto operistico avvenga nel 1700 a Milano con L’Innocenza difesa, dramma per musica su testo di Giacomo Cipriotti. Dal  1703 e forse sino al 1705 il duca Vittorio Amedeo ii lo invia a Roma insieme a Giovan Battista Somis per studiare con Arcangelo Corelli. Ritornato a Torino fa rappresentare con successo l’opera La casta Penelope e il 13 giugno 1707 è nominato ufficialmente «Maestro di cappella» di corte, carica che mantiene sino alla morte. I suoi impegni prevedono la composizione di musica sacra e la gestione della Cappella reale (che annoverava più di trenta strumentisti); ma scrive anche molte opere per il Teatro regio. Durante la sua reggenza sovrintende inoltre alla costruzione dell’organo della Basilica di Superga. A Torino conosce diversi compositori e lavora con loro: Marc Roger Normand, (cugino primo di François Couperin), organista della Cappella reale dal 1699 al 1734, Giovanni Antonio Giay col quale scrive due opere, Girolamo Casanova, maestro di cappella del principe di Carignano e nel 1723, per l’opera Il trionfo della fedeltà, collabora con Giacomo Razetti, violinista della cappella del duca di Savoia, autore dei balletti inseriti tra gli atti, e con Noël de Bargues, maestro di danza. L’attività che tuttavia lo occupa maggiormente è la composizione di opere teatrali sia per Torino sia per Milano, in cui dal 1706 era subentrato il governo austriaco con il principe Eugenio di Savoia. Nel Regio Ducal teatro di questa città il 21 giugno 1708, quasi in omaggio alla politica savoiarda, viene rappresentata Engelberta, opera molto significativa per lo stile del Fiorè. Il soggetto, popolarissimo durante la prima metà del secolo xviii (e ripreso nel 1709 da Albinoni/Gasparini e da Mancini su testo di Antonio Orefice), è svolto secondo i canoni abituali all’epoca. Con le opere successive Andrea Stefano evolve lo stile adeguandosi al nuovo gusto e si impegna in soggetti storici o pseudo-storici utilizzando libretti molto accurati.

 Grazie ai successi operistici e alla sua attività di maestro di cappella si guadagna l’ammirazione di alcuni contemporanei quali Joachim Quantz, che lo incontra nel suo viaggio a Torino nel 1726, e di Benedetto Marcello che nei suoi «Salmi» (Venezia, 1726) pubblica la lettera di grande ammirazione per il suo «vasto talento» che Andrea Stefano gli ha scritto da Torino il 2 febbraio 1726.

Dal suo testamento si apprende che era sposato in seconde nozze con Vittoria Vilver dalla quale aveva avuto una sola figlia, Rosa, mentre dalla prima. moglie, Caterina De Caroli, ebbe quattro figli: Vittorio Amedeo, Carlo Ottavio, Irena, Teresa. Era piuttosto ricco in quanto possedeva preziosi beni mobili e immobili (tra gli strumenti: due spinette, un clavicembalo e un violino Amati) e soprattutto era un uomo colto e dotto perché aveva una biblioteca ricchissima (più di 400 volumi) che ci dimostra quanto fossero ampi e vari i suoi interessi. Egli possedeva infatti non solo opere e trattati musicali di autori antichi e contemporanei italiani e francesi (Monteverdi, Palestrina, Benedetto Marcello, Lully), ma anche libri e manoscritti di opere religiose e letterarie di diverso argomento (storia, diritto, filosofia greca e latina, grammatica e matematica).

 

Mariateresa Dellaborra